Nella savana di Westminster, ogni giorno Jeremy Corbyn si sveglia e comincia a correre per affrontare il suo «momento della verità» quotidiano. Quello cioè in cui, da vero eroe, partecipando a una delle infinite cerimonie ufficiali dov’è prevista la presenza del leader dell’opposizione di sua Maestà, deve piegarsi a una ritualità la cui abolizione, riforma o superamento erano tra le cause del suo ingresso in politica. Tale è il paradosso politico della storia presente del Labour party.
God Shave the Queen

Jeremy Corbyn, l’internazionalista, ovviamente non riesce a cantare le impronunciabili strofe dell’inno nazionale, sorta di glorificazione musicale delle peggiori porcherie compiute da un popolo nel nome della propria presunta superiorità (vale per i britannici ma anche per qualsiasi altro inno nazionale europeo). E la stampa, moderata e non, gli è naturalmente saltata quasi tutta addosso.
C’è un particolare piacere nell’assistere a queste piazzate isteriche. È la prima volta che, finito quasi per sbaglio in posti chiave, improvvisamente qualcuno usa un linguaggio del tutto alieno, proveniente da una galassia lontana milioni di anni luce dalle ridicole e decrepite parrucche dell’establishment. Uno che non dice – e non canta – le solite cazzate. Che anche duri poco, ne valeva urgentemente la pena.
L’ineleggibile
Un Jeremy Corbyn si aggira per Westminster. È ancora lui, solo non è più lui. È rimasto lo stesso: bonario e trasandato, vestito uguale da trent’anni, uno che lo schermo non lo buca, lo mura; uno in bianco e nero.
Daje Jeremy
Con l’«inspiegabile» elezione di Jeremy Corbyn a leader del partito laburista si compie una specie di omerico nostos (ritorno), quasi un riavvolgimento veloce di una pellicola scritta e interpretata dalla generazione politica precedente (che poi, anagraficamente, è la sua): il film degli anni Novanta, del Labour tre volte vincitore, dei brindisi e pacche sulle spalle coi banchieri barracuda, delle pseudo-diatribe fra Blur e Oasis, nell’arte elettrizzante e ombelicocentrica di Damien Hirst e Tracey Emin, dell’aromaterapia come sostituto dell’analisi politica, della crescente marginalizzazione del sindacato e la dissoluzione del diritto del (e al) lavoro.
60 (per) CENT
Tutto il potere a Jeremy Bernard Corbyn: la base del partito ha parlato quasi all’unisono, e ad alta voce. Con un’assordante maggioranza del 59,5 % delle preferenze ha eletto al primo turno un sessantaseienne che per 32 anni – dal 1983 – ha servito dalle retrovie della sinistra socialista votando quasi regolarmente contro la linea ufficiale. Il suo vice sarà Tom Watson, classe 1967, di Sheffield, un modernizzatore esperto in comunicazione digitale e implacabile nemico della stampa di Murdoch.
Jeremy Corbyn: quando il “nuovo” retrocede, il “vecchio” avanza
Si è conclusa giovedì alle dodici la votazione per le primarie del Labour Party, in una campagna che verrà ricordata tra le più drammatiche e sentite della storia recente del partito. Il risultato sarà reso noto sabato mattina.
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L’isolamento opaco
Sommerso da una marea di critiche per l’atteggiamento di chiusura totale nei confronti di chi, del tutto fuor di metafora, è sommerso dal Mediterraneo, schiacciato sotto le ruote dell’Eurotunnel, o segregato in stile postnazista nell’Europa orientale, David Cameron si è finalmente lasciato magnanimamente scappare che «qualche migliaio» di migranti dal Medio Oriente saranno accolti dalla Gran Bretagna, lo stesso paese che per secoli giocò a ridisegnarne i confini, alterarne gli equilibri, sostituirne i leader e bombardarne il territorio.
Il mite Jeremy
Nell’estate che potrebbe riportare il Labour Party britannico nell’alveo della propria storia dopo tanto galleggiare in un dopostoria indeterminato quanto certo della propria irrevocabilità, Jeremy Corbyn continua a parlare davanti a traboccanti platee la cui età anagrafica è, nient’affatto sorprendentemente, bassa.
Geremiade
Si chiama Jeremy proprio come Clarkson, la controversa celebrità televisiva, ma le similitudini per fortuna finiscono qui. Politicamente, somiglia assai di più a Ken Livingstone, l’ex sindaco di Londra e anche lui famosa spina del fianco del partito laburista: una mina vagante a sinistra con grosso seguito personale, e quindi imbarazzo per la maggioranza centrista.
Un panda di nome Bbc
È la televisione pubblica più grande e migliore del mondo, riconoscibile dall’acronimo – Bbc – forse più noto dopo “Usa”. Il motto Inform, educate, entertain del suo fondatore Lord Reith, nel 1922, fa da eco novecentesca al Liberté, égalité, fraternité francese rivoluzionario: un modello all’epoca in cui la televisione pubblica informando formava, e di cui è inutile avere nostagia. Ma le notizie, i reportage esclusivi, i documentari esemplari ne fanno ancora il gold standard della teleprofessionalità, una bussola per tutti i giornalisti del globo. E tutto senza pubblicità.