Fight for a fucking cause

La situazione sta rientrando nella normalità, la parabola della violenza è ormai compiuta. Si raccolgono i cocci delle cose: quelli delle vite, perdute davvero o metaforicamente, non si possono raccogliere.

Se c’è un immagine che parla di questo disastro meglio di quella delle macerie, è quella di questa donna straordinaria, che nel mezzo dell’inferno che era Hackney in quei momenti ha dato voce al dramma del suicidio sociale e politico di una generazione, schiacciata fra coltelli, nike, playstation e blackberry.

Ha un qualcosa di epico e allo stesso tempo profondamente toccante, l’invettiva di questa donna. E’ un grido di rabbia e dolore, il suo, che si riallaccia alla rabbia e al dolore del blues più autentico e antico, passando attraverso la lotta per i civil rights dei neri americani. E’ la rappresentazione potente e drammatica di una sconfitta. Mi aspetto di sentirla campionata presto in qualcuno dei mille brani ancora da scrivere che tutto questo sta indubbiamente ispirando.

Dead Kennedys – Riot

Naturalmente, tutto il primo strepitoso disco dei Clash parla di quello che e’ successo qui a Londra. Ci sono differenze fondamentali fra questi riots e quelli di venticinque anni fa, ma le atmosfere descritte in quel folgorante esordio, teso, nervoso, nodoso, sono le stesse.

A molti viene da associare l’accaduto con “Anarchy in the Uk”, dei Pistols, ma non e’ un paragone abbastanza calzante, secondo me. E “London’s Burning”  non e’ un pezzo sui riots, quanto sulla noia e l’alienazione che portano alla violenza, uno stadio precedente. Pezzi che parlano dell’esperienza conclamata della violenza sono “Police and Thieves”, qui sotto, “Cheat”, “Remote Control” e, naturalmente, “White Riot”.

Ma il brano che descrive meglio di qualunque altro quello che sta succedendo qui in questi giorni – se non altro per via della descrizione scientifica delle sensazioni di esaltazione date dal distruggere le cose degli altri –  viene dai massimi Dead Kennedys e s’intitola, lapidariamente, “Riot”. Fa sembrare i Clash un gruppo quasi romantico, tanto ruvida, vuota e irredimibile e’ la violenza qui descritta. Perche’ questi riots hanno molto piu’ a che vedere con i disordini descritti dall’hardcore americano, da sempre depoliticizzato, che con quello londinese degli anni della Thatcher. Se questo brano eccezionale ha un “messaggio” (parola da talent show) e’ proprio quello dell’inutilita’ politica della violenza, anche quando sembri equivocamente esaltarne le caratteristiche.

Ho gia’ postato questo video in passato in occasione delle rivolte studentesche dei mesi scorsi, a cui tra l’altro si riferiscono alcune delle immagini montate con questo video, ma credo che vada riproposto, anche solo per via della performance di Jello Biafra, by far the most intelligent man in Hardcore Punk. L’aggettivo “viscerale” non le rende giustizia.

Rioting-the unbeatable high

Adrenalin shoots your nerves to the sky
Everyone knows this town is gonna blow
And it’s all gonna blow right now:.

Now you can smash all the windows that you want
All you really need are some friends and a rock
Throwing a brick never felt so damn good
Smash more glass
Scream with a laugh
And wallow with the crowds
Watch them kicking peoples’ ass

But you get to the place
Where the real slavedrivers live
It’s walled off by the riot squad
Aiming guns right at your head
So you turn right around
And play right into their hands
And set your own neighbourhood
Burning to the ground instead

[Chorus]
Riot-the unbeatable high
Riot-shoots your nerves to the sky
Riot-playing into their hands
Tomorrow you’re homeless
Tonight it’s a blast

Get your kicks in quick
They’re callin’ the national guard
Now could be your only chance
To torch a police car

Climb the roof, kick the siren in
And jump and yelp for joy
Quickly-dive back in the crowd
Slip away, now don’t get caught

Let’s loot the spiffy hi-fi store
Grab as much as you can hold
Pray your full arms don’t fall off
Here comes the owner with a gun

[Chorus]

The barricades spring up from nowhere
Cops in helmets line the lines
Shotguns prod into your bellies
The trigger fingers want an excuse
Now

The raging mob has lost its nerve
There’s more of us but who goes first
No one dares to cross the line
The cops know that they’ve won

It’s all over but not quite
The pigs have just begun to fight
They club your heads, kick your teeth
Police can riot all that they please

[Chorus]

Tomorrow you’re homeless
Tonight it’s a blast

Police and Thieves

in the streets.

Police and thieves in the streets

Oh yeah!

Scaring the nation with their guns and ammunition
Police and thieves in the street
Oh yeah!
Fighting the nation with their guns and ammunition

From Genesis to Revelation
The next generation will be hear me
From Genesis to Revelation
The next generation will be hear me

And all the crowd come in day by day
No one stop it in anyway
All the peacemaker turn war officer
Hear what I sayPolice and thieves in the streets
Oh yeah!
Scaring the nation with their guns and ammunition
Police and thieves in the street
Oh yeah!
Fighting the nation with their guns and ammunition
From Genesis to Revelation
The next generation will be hear me

And all the crowd come in day by day

No one stop it in anyway
All the peacemaker turn war officer
Hear what I say

Police, police, police and thieves oh yeah

Police, police, police and thieves oh yeah
From Genesis oh yeah
Police, police, police and thieves oh yeah

Scaring and fighting the nation, oh yeah
Shooting, shooting their guns and – guns and ammunition

Police, police, police and thieves oh yeah
Scarin’, oh yeah
Scarin’ the nation, oh yeah

Police, police, police and thieves oh yeah

Here come, here come, here come
The station is bombed
Get out get out get out you people
If you don’t wanna get blown up

(il pezzo e’ un classico reggae di Junior Murvin)

London’s burning

Benvenuti a Londra, città delle prossime Olimpiadi, dove atleti di tutto il mondo si confronteranno lealmente nel nome dello sport e della fratellanza fra i loghi (Tutti i property developers che hanno investito milioni rischiano di rimanere fottuti).

Benvenuti a Londra, che negli anni Novanta era di nuovo swinging, la città dove non c’è disoccupazione, dove vige un tasso accettabile di tolleranza della diversità, la città dove ci sono mille concerti, dove i bar sono disegnati dagli architetti, dove il nulla viene elevato a forma, se non d’arte, di profitto. Benvenuti nella Londra delle avanguardie, delle fiere d’arte, delle inaugurazioni delle mostre, nella Londra di London Fields, delle fanzine disegnate per l’Ipad, rifugio per i rifugiati, caveau per i ricchi, mercato per i mercanti, cuore pulsante di una finanza in preda a un improvviso attacco d’asma, la città su cui campano le redazioni cultura dei giornali di mezzo mondo, compreso chi scrive.

Quello che sta succedendo qui e in altre città di questo paese forse ha raggiunto il climax, forse no. C’è di sicuro da augurarsi che lo abbia. La furia devastatrice e arraffatrice che ha contraddistinto la terza notte di scontri non solo è cieca, è anche muta. Non sa articolare un motivo altro che il prendersi quello che non le viene dato, sullo sfondo di un futuro senza futuro, prospettive, di una realtà quotidiana nel segno dell’apartheid culturale. La quantità di individui giovani, tra i 15 e i 25 anni che in questo paese vive in ghetti e in council estates di cui nessuno parla o scrive (di solito) cresce a dismisura, una dismisura proporzionata alla rabbia e al decrescere di prospettive. L’universo nel quale si abita e si opera è un universo essenzialmente materiale, un grado zero di umanità fondata sul consumo e una prospettiva di vita e di affermazione che si ferma all’indice di quel consumo, legata a forza a quest’ultimo. E lo stesso nel quale viviamo “noi”: solo, senza lo strumento indispensabile per fruirne: i soldi.

Quando Cameron diceva in campagna elettorale che questa era una broken society lo diceva per fini propagandistici, ovviamente. A risentirle ora, quelle parole assumono tutto un altro valore e significato, più che mai sinistro. Questa si sta davvero dimostrando una broken society. Milioni di individui giovani sono al di fuori di questo buzz ormai cacofonico di information technology, industrial design, fashion design, arte, media, twitter e facebook (i rioters usano per comunicare un prodotto che ironicamente li accomuna ai boys della city ma che è terribilmente passé  a Shoreditch: il Messenger del Blackberry, anche perché non è monitorabile dall’esterno. No Apple for them).

Adesso non bisogna avere la disonestà intellettuale e politica di ignorare che il malessere è profondo, che questa società è tornata indietro di venti-trenta anni, non ha voluto cercare di integrare le masse metropolitane al suo interno con una più equa redistribuzione delle risorse e delle possibilità, mentre ha premuto l’acceleratore su un consumo autistico e demenziale. La tragedia è che ora i Tories al potere hanno un perfetto pretesto per rispolverare la loro mai sopita bramosia manganellatrice stile Thatcher e dare per scontata la perdita di una parte così cospicua del corpo sociale metropolitano. “Sono bestie e bisogna sparargli con i cannoni ad acqua, bisogna chiamare l’esercito”. Questo li allontanerà dalla linea tollerante e liberal che li ha portati al potere.

Un’altra cosa che salta agli occhi è la vistosa differenza tra una minoranza privilegiata ipervisibile agli occhi di tutto il mondo grazie alla digitalizzazione dell’informazione e la maggioranza dei “brutti, sporchi (non caucasici) e cattivi” che, di solito invisibile, improvvisamente ha preso il sopravvento in città, spinta dal flusso irrefrenabile della propria adrenalina e dalla coscienza che, non avendo nulla, non ha nulla da perdere. Migliaia di ragazzi/ini incappucciati dal volto coperto che di solito vivono in un  sottosuolo – metaforico e non -, improvvisamente escono allo scoperto, cessando di combattersi fra loro: si coalizzano, si muovono con straordinaria agilità su ali digitali nel ventre delle periferie e colpiscono, indiscriminatamente.

La tragica ironia di tutti questi danni alle cose (per fortuna), è che questi giovani distruggono i luoghi dove vivono, comprese le possibilità di miglioramento e di riscatto alle quali molte delle loro comunità cercavano di lavorare. Distruggono i negozi degli immigrati turchi e curdi di Dalston, gente che è venuta qui sfuggendo alla povertà del proprio paese. L’Apple Store di Regent Street, così affollato dalla minoranza ipervisibile della middle class bianca “creativa” era ben presidiato.

Ci si rimbocca le maniche per pulire le strade dai cocci e dalle carcasse di automobili: ancora di più ci si deve rimboccare le maniche per rifondare un tessuto sociale dalla base.  Ci vogliono decenni per una cosa del genere, e non ci sono soldi. Quando c’erano, si sono spesi male.

Continuiamo a sperare nella ripresa dei mercati. Cosa possiamo fare per ridare loro fiducia? Avrei un modesto suggerimento: privatizzare la società.

The guns of Brixton, Tottenham Hale, Enfield, Walthamstow

La rabbia, e il volere a tutti i costi quello che non si può avere, sono alla base delle ondate di violenza e saccheggio che stanno attraversando la città. I giovani delle gang trovano, per un momento, una ragione per coalizzarsi, distruggere e appropriarsi di proprietà altrui. L’uccisione di Mark Duggan non è che un catalizzatore.

Quando qualche anno fa cose del genere successero a Parigi ci si ripeteva che Londra, con la sua configurazione “a macchia di leopardo”, in cui quartieri poveri si trovano accanto a quelli ricchi in ordine sparso e che quindi non riproduce il modello “centro ricco/periferia-ghetto povera”, niente del genere sarebbe successo.

La tensione sociale esplode in quest’inizio di agosto segnato da enormi difficoltà economiche a tutti i livelli, nazionali e internazionali, alle quali si fa fronte in maniera socialmente iniqua. Nord, Nord Est, Sud di Londra hanno visto esplodere una violenza che covava da tempo. Viene da pensare ai tagli che i Tories vogliono applicare anche alle pensioni e agli stipendi della polizia per contenere i disastri provocati da un settore finanziario al quale si continua a risparmiare il dovuto contrappasso. Alla polizia, gli unici in grado di ristabilire l’ordine e il rispetto della proprietà privata.

Dietro tutto questo, nemmeno l’ombra di un movente politico. A chi scaglia mattoni contro le camionette e le vetrine, arraffa scarpe da ginnastica e computer, dei tagli importa poco, ne sanno ancora meno. E’ la roba che vogliono, la stessa roba che in tempi normali non possono comprarsi, pur vivendo in un mondo che gliela sventola continuamente sotto il naso. Una roba che sembra, ma non è, per tutti. Londra riprecipita negli anni Ottanta, quando posti come Brixton  e la stessa Tottenham Hale erano periodici campi di battaglia.

“Totalmente inaccettabile”, è stato definito dal governo quanto sta succedendo. Ma è chiaro che il loro repertorio di quanto è classificabile come tale va allargato, e di parecchio.

New Shoreditch Twatters

Shoreditch Twat era il titolo di una fanzina, edita in quel di Shoreditch a inizio anni Duemila, nel pieno boom delle gallerie d’arte che avrebbe dato la stura alla colonizzazione di yet another zona ex povera da parte dell’esercito di giovani  media/arts/whatever types che “vedono gente fanno cose” in maniera inesorabilmente, rigorosamente, spasmodicamente “cool”.

Quest’ossessione con l'”essere cool” è un segno dei tempi. Certo, lo si voleva essere anche in passato: ma mai come in quest’ultimo decennio, le subculture giovanili tradizionali (un tempo rozzamente riassumibili nella triade musicale punk/goth/metal e rispettivi sottogeneri) hanno cessato di avere la musica come propria ragion d’essere, per lasciare il posto a una nebulosa ibridazione tanto caleidoscopica (leggi indefinita) culturalmente quanto musicalmente generica (leggi insipida).

Da elemento pur imprescindibile, ma connesso ad altro, lo stile è ora diventato un tirannico leit-motiv la cui preponderanza ben si accomoda nel vuoto lasciato da altri contenuti, persisi chissà dove.

E se, ancora una volta, il termine indie  – come una nube di cenere del vulcano islandese dal nome un po’ meno impronunciabile di quello dell’anno scorso – , “circonfonde” tutti i luoghi di questo discorso rendendoli disperatamente analoghi, il twat (ormai, lo ribattezzerei Twatter) di Shoreditch/Hoxton ha aggiunto al suo CV una serie di caratteristiche estetiche e stilistiche che relegano la musica decisamente in secondo piano.

Queste caratteristiche furono per la prima volta schizzate in modo esilarante dalla fanzine in questione; ma se allora Shoreditch era un posto in East London battuto da drappelli di Twatters relativamente contenuti, adesso è diventata una vera e propria Twat Republic, che si spinge ormai fino a Bow (luogo a suo tempo molto white trash dove il sottoscritto ha vissuto per dieci anni quando Dizzee Rascal e Amy Winehouse erano ancora alle medie), portandosi dietro l’obbligatorio cortège di organic café, formaggerie francesi, pizzerie italiane a taglio, negozi di modernariato cheap  (a prezzi folli) eccetera.

Tanto da aver stimolato operazioni come quella sotto, che, pur nella loro innegabile volgarità, tratteggiano in modo a volte irresistibilmente comico l’identikit di una figura socioculturale giovanile chiaramente bianca e middle class che ha ormai definitivamente accantonato  politica, musica (intesa come questione di vita o di morte) e altre devianze giovanili affogandole in una marea di skinny jeans, occhiali retro, ciuffi, zucchetti di lana, barbe, mocassini e flanelle.

La differenza era che all’epoca, negli anni beati della finanza blairiana, i lavori nei media c’erano e le riviste aprivano a ritmo di due alla settimana. Adesso, il quadro è un tantino mutato, aggiungendo una nota grottesca a tutto il sembiante.

Have a laugh (di seguito, il testo)

Got on the train from Cambridgeshire
Moved down to an East London flat
Got a moustache and a low cut vest
Some purple leggings
and a sailor tat
Just one gear on my fixie bike
got a plus one here for my gig tonight
I play synth…
We all play synth
20-20 vision just a pair of empty frames
Dressing like a nerd although i never got the grades
I remember when the kids at school would call me names
Now were taking over their estates
woah ho

(chorus)
I love my life as a dickhead
All my friends are dickheads too
come with me lets be dickheads
(havent you heard?)
being a dickhead’s cool
being a dickhead’s cool
being a dickhead’s cool
being a dickhead’s cool cool cooooool

Polaroid app on my iphone
taking pictures on London Fields
up on the blog so everyone knows
were having new age fun, with a vintage feel
coolest kids at a warehouse rave
exclusive list look theres my name
I got in…
You couldn’t get in

never bought a pack of fags i only roll my own
plugging in my laptop at the starbucks down the road
say i work in media im really on the dole
im the coolest guy you’ll ever know
woah ho

(chorus)
I love my life as a dickhead
All my friends are dickheads too
come with me lets be dickheads
(havent you heard?)
being a dickhead’s cool
being a dickhead’s cool
being a dickhead’s cool
being a dickhead’s cool cool cooooool

Loafers with no socks
Electropop meets southern hip hop
Indeterminate sexual preference
Something retro on my necklace

Two beautiful minds

Qualche giorno fa è uscito in Italia il libro di un genio su un altro genio, al quale ho prestato la mia indegna opera di traduttore. Mentre mi arrampicavo freneticamente sulle pareti ripide del pensiero di entrambe, ho sentito più di una volta le assi del mio intelletto scricchiolare: è mancato un pelo che si spezzassero. Non è successo, per fortuna.

Davvero non ho la minima idea di che tipo di accoglienza possa avere un libro come questo in Italia: è però un fatto che qui, in Uk, è stato un bestseller. A parte la fatica, non indifferente, è stato per me un lavoro incredibilmente illuminante: ha dato una raddrizzata alla mia conoscenza di Marx, rimettendomi sulla strada giusta per cercare di avvicinarmi sufficientemente a quella supernova che è il suo pensiero, prima che sia definitivamente troppo tardi.

Marx è uno dei pensatori più influenti d’Occidente: rifiutarlo su base ideologica è come non lavarsi perché si ha paura dell’acqua. Che l’Italia contemporanea sia guidata da gente che non si è mai lavata è – naturalmente – tutto un altro discorso.