Sadiq Khan è quasi certamente il nuovo sindaco laburista di Londra. E questo nonostante la campagna meschina e tremebonda che il rivale Tory Zac Goldsmith gli ha mosso nelle ultime settimane, quando si andava ormai profilando il suo cocente svantaggio sul rivale (lo ha perfino accusato di essere un estremista islamico).
È quasi certo. Il prossimo sindaco di Londra, un ruolo istituzionale di cruciale importanza potrebbe essere l’avvocato Sadiq Khan, 45 anni, seconda generazione di immigrati pakistani, musulmano e collocabile – nella geopolitica interna del Labour – a sinistra di Ed Miliband e Tony Blair e a destra di Jeremy Corbyn. Secondo gli ultimi exit poll di giovedì – i seggi chiudono alle 22 – dei 12 candidati tra cui Siân Berry dei Verdi, Caroline Pidgeon dei Libdem, Sophie Walker di Women’s Equality e George Galloway del Respect Party, il laburista Khan e Zac Goldsmith – il candidato ambientalista conservatore – la partita è ristretta agli ultimi due, con Khan che stacca Goldsmith 42 a 34 per cento sulle prime preferenze.
Johnson in uno dei momenti salienti della sua performance da sindaco
La capitale della Gran Bretagna oggi vota per eleggere il suo nuovo sindaco. I seggi, aperti alle sette ora locale, chiuderanno alle 22. Un appuntamento elettorale che arriva dopo due mandati di seguito targati Boris Johnson, il sindaco pasticcione e simpaticone, compagno di goliardiche bisbocce di David Cameron a Eton e Oxford e capace di far parlare di sé soprattutto per le boutade, le gaffe, un’invidiabile intimità con i candelabri e le fini stoviglie dei ricevimenti in cravatta nera, con il grande business, gli anarcoinvestitori, la privatizzazione e la speculazione endemica.
È una «tempesta perfetta» quella che si è scatenata nel partito laburista, sul suo scomodo leader, Jeremy Corbyn, e sul principale alleato di questi, Ken Livingstone.
Presso la stazione ferroviaria di Liverpool Street, nell’East End londinese, da qualche anno sorge un piccolo memoriale in bronzo dell’artista Frank Meisler: cinque figure di bimbi con rispettivi bagagli, appena scesi dal treno e in attesa di qualcuno che li accolga. Sono i bambini del Kindertransport, il programma di evacuazione nel Regno Unito dei figli di famiglie ebree vittime della Shoah provenienti dal Reich organizzato da Sir Nicholas Swinton, lo Schindler britannico.
Amnesty International Uk si attiva per la vicenda Regeni. Venerdì pomeriggio a Cambridge, città nella cui università studiava il dottorando italiano, si terrà un raduno affinché il governo britannico eserciti la dovuta pressione sul brutale regime di Abdel Fettah el-Sisi per indurlo finalmente a gettar luce sulle responsabilità della sparizione e omicidio di Giulio, scomparso lo scorso 25 gennaio e il cui corpo torturato fu rinvenuto il successivo 3 febbraio. La sua non è che una delle morti e sparizioni che con tragica assiduità caratterizzano la dittatura militare sin da prima che el-Sisi si impadronisse del potere.
Era previsto che lo facesse, e lo ha fatto venerdì nella quinta e sua ultima visita ufficiale a Londra, dov’è arrivato venerdì scorso. Barack Obama è entrato con tutto il peso della sua megalimousine corazzata nel dibattito sulla permanenza o l’uscita del paese dall’Unione europea.
Non è solo la politica ad aver avuto la sua “lady di ferro”: in architettura l’appellativo spetta altrettanto di diritto a Zaha Hadid, scomparsa in un ospedale di Miami all’età di 65 anni per attacco cardiaco. Non soltanto perché “Hadid”, in arabo, significa proprio ferro, o perché il suo lavoro sia stato spesso al centro di dibattiti, talvolta infuocati: ma perché lei era un po’ il contrario dei suoi edifici, così insofferenti alla staticità e intrappolati in un fermo immagine sempre sul punto di lasciarseli sfuggire.
La wikileaks che ha colpito i server della Mossack Fonseca, lo studio legale con sede a Panama specializzato nell’aiutare i milionari globali dell’un per cento a imboscare i propri redditi, leciti e non, per eludere ed evadere le tasse, continua a provocare il serio imbarazzo di David Cameron, l’unico primo ministro di un vasto stato europeo a essere stato finora chiamato in causa dalla pubblicazione di dati.
La campagna referendaria prosegue febbrile, l’approssimarsi del 23 giugno, data in cui la Gran Bretagna voterà il referendum sulla sua permanenza nell’Unione Europea, porta con sé foschi presagi per Remain, il “partito” a favore di quest’ultima. Continue reading “Should we stay or should we go”