
Seguo a distanza gli accadimenti elettoral-municipali di quella che è ancora la mia città, nonostante l’abbia mollata più di vent’anni fa.

Seguo a distanza gli accadimenti elettoral-municipali di quella che è ancora la mia città, nonostante l’abbia mollata più di vent’anni fa.

La distruzione permanente del patrimonio ambientale terrestre, prodotta da una mistura d’incontrollata crescita demografica, consumismo ultra-capitalistico, assalto alle risorse e ignorate istanze di sviluppo sostenibile, è un po’ come lo slogan turistico della città di New York: non dorme mai.

Da consumato esperto di contraddittori qual è, David Cameron ha affrontato il primo grande dibattito televisivo della campagna referendaria: un’intervista con Faisal Islam, il caporedattore politico di Sky News24, con tanto di (nemmeno troppo velatamente ostile) pubblico in studio. La sua prima grande occasione per incendiare gli spiriti di vibrante estasi eurofila.
Mancano ormai ventidue giorni al giorno del giudizio referendario, il prossimo 23 giugno, e la guerra delle accuse e controaccuse, delle proiezioni e argomentazioni, dei saggi e dei sondaggi, dei sondaggisti e degli opinionisti pro Leave o Remain impazza più che mai. Protagonisti di tanta iperventilazione sono appunti i sondaggi/sti che, ormai un po’ come il tempo atmosferico, alternano solleone e gelate un giorno dopo l’altro, alla faccia delle compiante quattro stagioni, anch’esse così mestamente last century.
Potremmo chiamarla Hitler-lalia: la compulsione incontrollata a tirare fuori Hitler in un contraddittorio. Un disturbo del linguaggio che ultimamente colpisce soprattutto gli ex-sindaci di Londra. Sotto i riflettori è ancora una volta lui, Boris Johnson. Nella sua turgida verbosità è arrivato a sfoderare Hitler dal cilindro, rivaleggiando con l’ex-avversario – ex-sindaco pure lui – Ken Livingstone. Ma mentre Livingstone ha solo annoverato il dittatore nazi fra i «sionisti» – una sparata che gli è costata la sospensione temporanea dal Labour party – per Johnson è nientedimeno che l’Ue a meritarsi l’agognata similitudine con il caporale austriaco.

Il termine inglese firebrand (agitatore) sembra essere stato coniato per Tariq Ali. Classe 1943, da studente sosteneva contraddittori con Henry Kissinger, ispirava canzoni ormai classiche agli Stones e John Lennon, diventava confidente di Malcolm X, e potremmo continuare.
«L’unione Europea è una forza al servizio dell’ingiustizia sociale», che «favorisce i ricchi a scapito dei non abbienti». Parola di Ids.
Il primo – struggente – singolo tratto da A moon shaped pool, l’ultimo dei Radiohead. Un album luminosamente lugubre, cameristico, venato di folk, che piano piano ti si insinua sotto la pelle. Che bel gruppo sono diventati, allontanandosi coraggiosi dalle logore convenzioni rock degli esordi. E Thom Yorke, capace di invecchiare con magnetismo, è ormai una magnifica Tilda Swinton della musica.
Sono evidentemente loro, i Radiohead, a tenere alta la bandiera di quel che resta del rock inglese, non certo quei noleggiatori di pere cotte – tiepide – dei Coldplay. Loving them.

Tra gli incarichi prestigiosi di Cecilia Alemani spicca la direzione di High Line Art, ex ferrovia urbana tramutata in verde pubblico disseminato di opere d’arte, uno dei luoghi di New York capaci di meglio suggellare l’interazione fra archeologia industriale e arte pubblica, e la curatela di Frieze Projects, la sezione di Frieze New York (in corso dal 5 all’8 maggio) dedicata a progetti d’arte appositamente commissionati. Continue reading “Frieze Projects: maneggiare con curatela”
Ora che si sono chiuse le ostilità per le elezioni del sindaco della capitale, l’incombere del momento della verità, il prossimo 23 giugno, quando i cittadini britannici saranno chiamati a votare per il referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea o il suo abbandono, fa salire al calor bianco la temperatura del dibattito.