Skyfool

L’unico indizio di questo inverno dall’abnorme mitezza sono i venti della guerra fredda, tornati prepotentemente a soffiare fra est e ovest. Dopo gli attriti in Ucraina e sull’intervento militare russo in Siria, le relazioni fra Londra e Mosca — con il potere giudiziario della prima che accusa di probabile omicidio il presidente della seconda – permangono congelati in un mutuo e riluttante abbraccio di realpolitik.

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Spai Gheims

All’indomani delle telluriche accuse alla Russia di Putin e a quest’ultimo scaturite dagli esiti della pubblica inchiesta sulla morte di Aleksander Litvinenko, l’agente dell’intelligence russa Fsb poi divenuto informatore del Mi6, i servizi segreti britannici, i quotidiani nazionali, dal centrosinistra del Guardian al centrodestra del Telegraph sono uniti nello sdegno e nel reclamare un piede più fermo da parte di David Cameron nei confronti del Cremlino. Che, dal canto suo, per bocca del portavoce Dmitri Peskov, ha replicato sarcasticamente, definendo gli esiti della pubblica inchiesta condotta dal giudice Owen «un esempio di humour britannico».

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Il Putin delle spie

L’affaire Litvinenko, una di quelle vicende spionistiche capaci di mandare in prepensionamento autori di spy stories del calibro di Le Carré, dopo dieci anni ha finalmente raggiunto un climax giudiziario: la lunga inchiesta, pubblica, sulla morte della spia russa, avvenuta in un albergo londinese per avvelenamento di polonio-210, si è conclusa con l’accertamento «probabile» della responsabilità di Vladimir Putin come mandante.

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Breaking and Brexiting

La gestione del flusso migratorio in Europa sta causando più di un problema all’equilibrismo con cui David Cameron cerca di impostare le proprie richieste di rinegoziazione della partecipazione della Gran Bretagna all’Unione Europea, e potrebbe finire per anticipare la data del referendum sulla cosiddetta Brexit, l’uscita definitiva del paese dall’Unione. Bruxelles intende infatti eliminare, con una proposta che sarà presentata in primavera, la norma che obbliga i migranti a cercare asilo nel primo paese in cui arrivano, grazie indirettamente al quale la Gran Bretagna rispedisce circa un migliaio di profughi l’anno.

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Ventimila testate sotto i mari

Ancora una volta nell’occhio del ciclone mediatico, il leader laburista Jeremy Corbyn è stato preso di mira dalla stampa mainstream britannica per aver osato suggerire una soluzione di compromesso sulla questione del rinnovo dell’arsenale nucleare nazionale.

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Il canto definitivo del Duca

In mezzo alle mille esegesi sul testo di Blackstar, una cosa diventa chiara come un sole nero: Bowie stava congedandosi da questo primo spicchio di terzo millennio e ci stava lasciando il suo canto del cigno, anzi del duca. Forse ora sta nella stessa casa di riposo iperspaziale dove già alberga Lennon, col quale interpretò Fame, e dove senza dubbio andrà anche Dylan. E magari da lì guarda sgomento il mondo che ha contribuito a confondere. La sua dipartita coincide infatti con un momento di sfarinamento dell’occidente, in cui la rinuncia della postmodernità a voler prendere posizione sul mondo gli si ritorce contro con terribilità biblica. Tanto che inizialmente i riferimenti che si volevano trovare in Blackstar erano all’Isis e ai suoi massacri premoderni.

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Lo sforzo del risveglio

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The Farce Awakens. È riuscito Guerre Stellari.

Riuscito in tutti i sensi. I critici sono tutti d’accordo: è un capolavoro, ci sono tutti i pupazzi pelosi dall’espressione profonda di un tempo, più ghiottissime nuove entrate. Dopo quattro prequel e sei sequel, ecco finalmente il tel quel: un film Disney che esce allegato in omaggio ai suoi gadget, fatto per i bonari cinquantenni stanchi della crisi, che rimpiangono gli anni Ottanta, quando tutto sembrava così promettente e c’erano “gli Spandàu.” Un film veramente autarchico, fatto direttamente dal suo fan club per il suo fan club.

La mia generazione, come qualunque altra, si divide infatti in gruppi divisi da incrollabili fedeltà: quelli che adorano Guerre Stellari e quelli che adorano Star Trek, un’altra delle pseudo-diadi della cultura di massa come papato e impero, monarchia e repubblica, Bach e Händel, Chopin e Liszt, Croce e Gentile, comunismo e fascismo, Coca e Pepsi, i Beatles e gli Stones, e – da subito prima e dopo la caduta del muretto -, “gli Spandàu” e i Duran Duran, Rihanna e Beyoncé, Mercedes Benz e Bmw, Bill Gates e Steve Jobs, Berlusconi e Renzi, e potrei naturalmente continuare (solo una è autentica, chi indovina qual’è vince una forcina originale della crocchia della principessa Leia).

Sul dilemma identitario da società affluente innescato da queste due pellicole sono stati scritti fiumi d’autorevole inchiostro e non oso certo aggiungere altro. Ma non posso esimermi dal richiamare alla mente un’importante opera. Tra i grandi picchi della cinematografia di sempre si distingue Balle Spaziali di Mel Brooks, che noi apprendisti intellettualoidi di sinistra snob vedevamo sdraiati su un tappeto di canapa, spaccandoci dalle risate all’immortale sequenza iniziale dell’astronave che non finisce mai.

Guerre Stellari è in realtà un film in costume, un museo del futuro. Niente invecchia come la fantascienza, tutto cambia tranne il futuro, mentre siamo già in attesa del prossimo ancora quel.

Chi aspettava con ansia il ritorno di questo zombi andrebbe murato vivo dentro l’Azzurro Scipioni senza popcorn e smartphone, davanti a uno schermo che eroga spietatamente tutta la filmografia di Haneke non doppiata.

Ai miei tempi, anzi ai loro

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Salubre è la diffidenza nei confronti degli sguardi languorosi e ripiegati sul passato. Perché è inevitabile che la componente psicologica influisca pesantemente sul giudizio: quello che è, appunto, passato è meglio semplicemente perché non ci sarà dato viverlo mai più.

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Grossa retorica, grande errore

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L’aula non aveva ancora finito di applaudire l’eroica prolusione con cui il figlio segreto (nel senso che fino a ieri non lo conosceva nessuno) di Tony Benn, Hilary, metteva il suggello del Labour a una maggioranza che Cameron non si sognava neppure, che già i Tornado scaldavano i motori.

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